By GiuliaEskimo90
venerdì, 03 luglio 2009+21:56
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By GiuliaEskimo90
venerdì, 03 luglio 2009+11:28
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Il curioso caso di Benjamin Button
Benjamin Button nasce il giorno della fine della prima guerra mondiale, è un bimbo in fasce ma ha la salute di un novantenne: artrite, cataratta, sordità. Dovrebbe morire il giorno dopo e invece più passa il tempo più ringiovanisce. La sua è una vita al contrario che attraversa il Novecento americano sempre alla ricerca del primo e unico amore, una donna molto più emancipata, libera e in linea con il suo tempo di lui. L'unico momento in cui si potranno trovare sarà all'incrociarsi delle loro età: "Mi amerai ancora quando sarò vecchia?", chiede lei. "E tu mi amerai ancora quando avrò l'acne?" risponde lui.
Fincher sceglie di narrare una storia con un espediente classico: a partire dalla modernità, attraverso le memorie di un diario letto alla protagonista ormai anziana e in punto di morte. Fotografa tutto virando verso il seppia e opta per la calligrafia spinta, cosa che ovatta il racconto con l'indulgenza e il fascino di cui sono dotati i ricordi. Il risultato è un'agiografia del passato che vince sul presente (New Orleans ieri e oggi con Katrina alle porte), una prospettiva a ritroso indulgente e favolistica sugli Stati Uniti che non affronta nessun tema davvero e che, cosa bene più grave, manca di emozionare con sincerità.
Benjamin Button ringiovanisce invece di invecchiare ma questo non ha nessun effetto sulla trama nè tantomeno serve a dare una visione particolare degli eventi in cui è coinvolto o della società in cui è inserito, come avveniva invece con la stupidità di Forrest Gump (il paragone inaffrontabile con l'opera di Zemeckis sorge spontaneo data la sostanziale identità della struttura della storia).
Il curioso caso di Benjamin Button sembra chiedersi unicamente "Come si comporterebbe un vecchio con la testa di un bambino? E come un giovane con l'esperienza di un vecchio?", tentando di conseguenza una riflessione sulla morte e sulle possibilità di sfruttare al massimo la propria vita. "Non sai mai cosa c'è in serbo per te" ripete a Benjamin la madre adottiva, evitando accuratamente di citare scatole di cioccolatini.
Gigantesco il lavoro fatto sull'invecchiamento e il ringiovanimento digitali di Brad Pitt, entrambi ottenuti sperimentando una tecnica innovativa di motion capture. Il risultato è evidente: in ogni caso il personaggio è sempre lui, Brad Pitt, anche quando gli somiglia veramente poco. Meno celebrata invece Cate Blanchett che, invecchiata e ringiovanita anch'essa per esigenze di copione, supplisce alla frequente mancanza di digitale con la solita prestazione fuori da ogni ordinarietà.
Commento: non bisogna quasi mai dar retta ai critici cinematografici. Almeno, io non lo devo fare. Classificano questo film come un po' scadente. Io l'ho trovato bellissimo. Una bellissima favola, la storia di un amore eterno, che va oltre le complicazioni, oltre le singole esigenze e, è proprio il caso di dirlo, trascende il tempo. Banjamin e Daisy si rincorrono da sempre: si amano, si cercano, ma non possono stare insieme. O meglio, insieme lo sono sempre, col pensiero, con la mente. Ma non fisicamente. L'amore raggiunge la sua completezza, la sua fisicità nel momento in cui le loro età riescono a toccarsi e a coincidere. E' un amore viscerale, intenso, profondo: un amore che va oltre tutto, l'amore della vita. E, nonostante tutto, è un amore a lieto fine, perchè nessuno smetterà mai di occuparsi dell'altro, nessuno smetterà mai di portare l'altro nei suoi pensieri. Una splendida Kate Blanchett ed un fantastico Bred Pitt (sto rivalutando tantissimo quest'attore, ultimamente) riescono a rendere perfettamente la magia di ogni situazione, l'importanza di ogni parola, di ogni momento. Daisy e Benjamin sanno che non potranno stare insieme per sempre: arriverà un momento in cui lei sarà troppo vecchia e lui troppo giovane, troppo piccolo. Eppure, non possono non amarsi, anche perchè, come afferma la stessa Daisy: "prima o poi, finiamo tutti col pannolone". Geniale, no? Consigliatissimo: tre ore di film che scivolano via come l'acqua che scorre, non facendo mai calare la voglia di sapere "cosa succede poi" e lasciano nel cuore una scia di poesia.
Voto: 5/5



By GiuliaEskimo90
mercoledì, 01 luglio 2009+08:10
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varie, pensieri, riflessioni, cinema, vita, film, recensioni film 2009
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A volte (spesso, ultimamente), quando ho paura, paura di un'ipoglicemia, paura di non riuscire a gestire l'ansia del diabete, che mi porto dietro da 16 anni, paura di sbagliare e di dover pagare le conseguenze, paura del cuore che batte veloce in seguito ad un'azione errata non volontaria...
A volte, me lo devo ripetere: tu hai un meraviglioso futuro davanti a te.
Sarai felice, sarai amata...E tutte queste paure ti sembreranno solo brutti incubi. Crescerai e capirari quanto sei stata forte.
A volte me lo devo ripetere: tutte le volte che sono sull'orlo di un burrone e resisto alle vertigini, ritrovando l'equilibro.
Tutte le volte che ci vorrebbe qualcuno che mi sussurrasse all'orecchio: niente paura, va tutto bene, tu sei più forte e domani andrà meglio.
By GiuliaEskimo90
martedì, 30 giugno 2009+23:36
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Perchè non capisci che questi continui litigi mi fanno stare male? Sono 16 anni...Non ne posso più.
Perchè non sai fare il padre? Perchè?
Ho già avuto un po' di sfiga in questa vita...Perchè ti ci metti anche tu? Perchè? Un cazzo di perchè!
By GiuliaEskimo90
martedì, 30 giugno 2009+18:15
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Recensione che sfocia nella vita privata-

Dopo un prologo in cui conosceremo la bella storia d’amore tra Ugo e Francesca, i momenti più importanti e intensi, finiti i quali passiamo alla fine della storia che coincide con l’inizio del racconto, quando l’idilliaco sogno si è incrinato e dopo dieci anni di comune accordo la coppia si separa.
Ugo (Giorgio Pasotti) è un giovane architetto, ha un obiettivo nella sua vita lavorativa diventare un associato del prestigioso studio in cui lavora, mentre Francesca (Stefania Rocca) gestisce una serra nel centro di Roma con Gioia, sua amica e socia, divorziata e con l’abitudine di sciorinare consigli sulla vita sentimentale altrui, e sull’amore in generale.
Sullo sfondo altri personaggi di varia umanità che si sfiorano, si raccontano e che cercano, nel loro piccolo, di descriverci le molte declinazioni della parola amore.
Maurizio Costanzo scrive la sceneggiatura e il regista Andrea Manni mette su schermo una serie di situazioni tipiche della fiction neo-romantica del nuovo millennio, che purtroppo sa un pò troppo di piccolo schermo per risultare credibile e coinvolgente.
Il problema non è definire i confini tra tv e cinema, il problema si avverte quando uno script palesemente televisivo tenta di dilatarsi e adattarsi al grande schermo, naufragando sulle sue evidenti fragilità narrative, che se funzionali e solide sul piccolo schermo, in questo caso minano tutta l’operazione.
Commento: diciamo che lui (Giorgio) è uno spettacolo, sia per aspetto che per recitazione. Diciamo che la trama è un po' scontata, ma piacevole. Diciamo che mi sono rispecchiata parecchio: scene di litigi così, a casa mia, sono il pane quotidiano. Solo che mamma non ha lasciato papà; papà non si è mai chiesto se, forse, i suoi continui litigi avessero qualche LEGGERO influsso negativo sulla mia psiche; io non sono scappata di casa (anche se forse ce ne sarebbe stato bisogno, visto gli ottimi risultati riportati nel film); i miei genitori sono ancora qui che convivono, pur non sopportandosi più l'un l'altra daormai non so quanto tempo. Perciò, loro non rifaranno pace, loro non si risposeranno, loro non si ritroveranno. E io sarò ancora qui, ad aspettare un padre che mi dice che mi vuole bene, mi compra criceti e mi fa il solletico quando sono triste. Sarò ancora qui, senza che cambi niente. Perchè, desiderare una cosa con tutte le proprie forze, non è vero che basta sempre.
Voto: 3/5
By GiuliaEskimo90
lunedì, 29 giugno 2009+22:23
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